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Appunti: NICOLò MACHIAVELLI
view post Posted on 1/11/2009, 22:02Quote
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non sei nessuno finchè non parlano male di te

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Nicolò Machiavelli


VITA E OPERE



Niccolò Machiavelli, scrittore, storico, statista e filosofo italiano, è indubbiamente uno dei più importanti personaggi della storia della letteratura. Il suo pensiero ha lasciato un'impronta indelebile nel campo dello studio dell'organizzazione politica e giuridica grazie, in particolar modo, ad un'elaborazione del pensiero politico assai originale per l'epoca, elaborazione che lo ha portato a maturare una separazione netta, sul piano della prassi, della politica dalla morale.

Nato a Firenze nel 1469 da un'antica ma decaduta famiglia, fin dall'adolescenza ebbe dimestichezza con i classici latini. Inizia la sua carriera in seno al governo della repubblica fiorentina alla caduta di Girolamo Savonarola. Eletto gonfaloniere Pier Soderini, divenne dapprima segretario della seconda cancelleria e, in seguito, segretario del consiglio dei Dieci. Svolse delicate missioni diplomatiche presso la corte di Francia (1504, 1510-11), la Santa Sede (1506) e la corte imperiale di Germania (1507-1508), che lo aiutarono non poco a sviluppare il suo sistema di pensiero; inoltre, tenne le comunicazioni ufficiali fra gli organi di governo centrali e gli ambasciatori e funzionari dell'esercito impegnati presso le corti straniere o nel territorio fiorentino.

Come rilevato dal grande storico della letteratura dell'ottocento Francesco De Sanctis, Machiavelli con la sua scienza politica teorizza l'emancipazione dell'uomo dagli influssi degli elementi soprannaturali e fantastici creati dai potenti, non solo perché al concetto di una superiore provvidenza (o Fortuna) che regge le cose umane affianca il concetto dell'uomo creatore della storia (grazie alla potenza del suo spirito e alla sua intelligenza), ma soprattutto perché al concetto di ubbidienza alle "auctoritates", che tutto predispongono e ordinano (nonché, naturalmente, legiferano), sostituisce un approccio che tiene in considerazione l'osservazione della realtà nella sua "verità effettuale", come viene definita dallo scrittore. Scendendo sul terreno della prassi, dunque, egli suggerisce che al posto della cosiddetta "morale", un insieme di regole astratte che spesso e volentieri vengono disattese dagli individui, debbano essere sostituite le regole della pratica politica quotidiana, che con la morale nulla hanno a che fare, tantomeno con la morale religiosa. E bisogna tener conto che quando Machiavelli scrive, la morale è appunto identificata quasi esclusivamente con la morale religiosa, essendo ancora ben lungi dall'affacciarsi l'idea di una morale laica.

Sul piano invece della riflessione istituzionale, Machiavelli intraprende ulteriori passi in avanti rispetto alla logica del suo tempo, grazie al fatto che al concetto di Feudo sostituisce quello moderno e più ampio di Stato, il quale, come sottolinea più volte nei suoi scritti, deve essere rigorosamente separato dal potere religioso . Infatti, uno Stato degno di questo nome e che voglia agire coerentemente con la nuova logica impostata dal fiorentino, non potrebbe subordinare la sua azione a regole imposte da un'autorità che le cala per così dire "dall'alto". In modo assai audace, Machiavelli si spinge a dire, anche se per la verità in modo ancora immaturo ed embrionale, che è invece proprio la Chiesa a dover essere subordinata allo Stato...

E' importante porre l'accento sul fatto che le riflessioni di Machiavelli traggono sempre il proprio "humus" e la loro ragion d'essere a partire dall'analisi realistica dei fatti, così come si presentano ad uno sguardo spassionato e privo di pregiudizi. Ossia, detto più volgarmente, sull'esperienza quotidiana. Questa realtà fattuale e questa quotidianità influiscono sul principe come sullo studioso, dunque sia dal punto di vista privato, "come uomo", sia dal punto di vista più generalmente politico, "come governante". Questo significa che c'è un doppio movimento nella realtà, quello della quotidianità spicciola e quello del dato di fatto politico, certo più complesso e maggiormente difficoltoso da comprendere.

Ad ogni buon conto, sono proprio le missioni diplomatiche in ambito italiano che gli danno l'opportunità di conoscere alcuni Prìncipi e di osservarne da vicino le differenze di governo e di indirizzo politico; in particolare, ha modo di conoscere e lavorare per Cesare Borgia e in questa occasione mostra interesse per l'astuzia politica e il pugno di ferro mostrati dal tiranno (il quale aveva da poco costituito un dominio personale incentrato su Urbino).
Proprio a partire da questo, successivamente nella maggior parte dei suoi scritti tratteggierà analisi politiche assai realistiche della situazione a lui contemporanea, confrontandola con esempi tratti dalla storia (soprattutto da quella romana).
Ad esempio, nella sua opera più famosa, "Il Principe" (scritto negli anni 1513-14, ma pubblicato a stampa solamente nel 1532), analizza i vari generi di principati e di eserciti, cercando di delineare le qualità necessarie a un principe per conquistare e conservare uno stato, e per ottenere il rispettoso appoggio dei sudditi. Grazie alla sua preziosa esperienza egli tratteggia la figura del governante ideale, in grado di reggere uno stato forte e di affrontare con successo sia gli attacchi esterni sia le sollevazioni dei sudditi, senza farsi troppo vincolare da considerazioni morali ma solo da realistiche valutazioni politiche. Ad esempio, se la "realtà effettuale della cosa" si presenta come violenta e dominata dalla lotta, il principe dovrà imporsi con la forza.

La convinzione, oltretutto, è che sia meglio essere temuto piuttosto che amato. Certo, in verità sarebbe auspicabile ottenere entrambe le cose ma, dovendo scegliere (poiché risulta difficile unire le due qualità), per un principe è molto più sicura la prima ipotesi. Secondo Machiavelli, dunque, un principe dovrebbe interessarsi solo del potere e sentirsi vincolato solo da quelle norme (tratte dalla storia) che conducono le azioni politiche al successo, superando gli ostacoli imprevedibili e incalcolabili posti in gioco dalla Fortuna.

Anche lo scrittore, comunque, ebbe modo di applicarsi come politico, purtroppo non con grande fortuna. Già nel 1500, quando era appunto alla corte di Cesare Borgia, in occasione di una accampamento militare, comprese che i mercenari stranieri erano più deboli di quelli italiani. Organizza allora una milizia popolare con cui assicurare la difesa patriottica del bene comune della Repubblica di Firenze (aveva l'incarico di organizzare la difesa militare di Firenze dal 1503 al 1506). Quella milizia però fallisce nella prima azione nel 1512 contro la fanteria spagnola a Prato, e così viene deciso il destino della Repubblica e della carriera di Machiavelli. Dopo la fine delle Repubblica di Firenze i Medici ricuperano il potere su Firenze con l'aiuto degli Spagnoli e della Santa Sede e Machiavelli viene licenziato.

Nel 1513, dopo un complotto fallito, viene ingiustamente arrestato e torturato. Poco dopo l'elezione di Papa Leone X (delle famiglia dei Medici), gli viene finalmente concessa la libertà. Si ritira allora a Sant'Andrea, nella sua proprietà. In quella sorta di esilio scrive le sue opere più importanti. In seguito, malgrado i tentativi di raggiungere il favore dei suoi nuovi sovrani, non riesce ad ottenere nel nuovo governo una posizione simile a quella passata. Muore il 21 Giugno del 1527.

Fra le altre opere del grande pensatore, sono da annoverare anche le novella "Belfagor" e la celebre commedia "La Mandragola" due capolavori che fanno rimpiangere il fatto che Machiavelli non si sia mai dedicato al teatro.
Ancora oggi, però, quando si parla di "machiavellismo" si intende, non proprio giustamente, una tattica politica che cerca, senza rispettare la morale, di ingrandire il proprio potere ed il proprio benessere, da cui il famoso motto (che pare Machiavelli non avesse mai pronunciato), "il fine giustifica i mezzi".

Il Principe


Il trattato è dedicato a Lorenzo di Pietro de’ Medici. L’opera è suddivisa in ventisei capitoli, ognuno dei quali ha un proprio titolo in lingua latina. Sono tuttavia riconoscibili quattro parti tematiche fondamentali:
1) I-XI capitolo, vengono passati in rassegna tutti i diversi tipi di principato
2) XII-XIV capitolo, è affrontato il problema delle milizie
3) XV-XXIII capitolo, elencate le virtù che deve avere il principe
4) XXIV-XXVI capitolo, esaminata la situazione italiana, più esortazione finale

Il Principe Datazione, titolo e storia del testo

La prima testimonianza che abbiamo dell’opera è quella di Macchiavelli stesso nella lettera al suo amico Vettori, in cui annuncia di aver concluso un opuscolo da dedicare a Giuliano de’Medici. In realtà, dopo la morte di Giuliano, il libro verrà dedicato a Lorenzo di Piero de’ Medici.
Il genere di questa opera aveva avuto una grande fioritura con gli specula principis, ovvero elenchi delle virtù morali del “principe perfetto”. La differenza sta però nel fatto che Macchiavelli si basa sulla realtà non formulando ideali utopistici. Inoltre il fatto di trattare ideali “innovativi” con uno stile tradizionale, conferisce sicuramente vigore al suo messaggio.

PARTE I


Il Principe La Dedica

Macchiavelli si rivolge direttamente a Lorenzo, figlio di Piero, de’ Medici offrendogli direttamente il “piccolo volume”. Si tratta di un’imitazione del Discorso a Nicocle di Isocrate che si era rivolto al re di Salamina, ed era il più conosciuto speculum principis.

TESTO 1 La lettera dedicatoria

Nella dedica del Principe, Macchiavelli dichiara esplicitamente di voler regalare qualcosa di diverso dai soliti cavalli, armi, drappi d’oro e pietre preziose e di non aver usato frasi ruffiane ed altisonanti. Considera quindi la sua opera un “piccolo dono”, semplice ma prezioso, contenente tutta la sua esperienza accumulata nel corso degli anni.
Per evitare di essere considerato presuntuoso (per aver osato ad analizzare un personaggio più in alto nella scala sociale) paragona lo scrittore al pittore, che per ritrarre le montagne si deve posizionare in pianura. Lo scrittore allo stesso modo perciò deve appartenere al popolo.

TESTO 2 Il primo capitolo

Il primo capitolo traccia una sintesi rapidissima di tutta la trattazione successiva. Distingue le forme di governo in repubbliche e principati, e viene delineata molto brevemente una tipologia dei principati. Vengono presentati inoltre i mezzi per realizzare le conquiste: armi altrui o proprie, la fortuna o la virtù.

Il Principe Il concetto di virtù

Il concetto di virtù ha assunto col passare del tempo diversissimi significati:
1) Nel mondo latino è la forza, il vigore, il valore militare
2) In Dante, è l’autorità assoluta
3) In Boccaccio, è la gentilezza, l’onestà
4) In Macchiavelli, la capacità di contrastare la fortuna

TESTO 3 Il sesto capitolo

Nel sesto capitolo, Macchiavelli illustra la situazione di coloro che arrivano al potere con virtù ed armi proprie. Per l’autore questa è la migliore forma di Stato. Per accrescere la potenza del suo messaggio, ricorre ad esempi storici (che lui definisce “grandissimi esempli”): Mosè, Ciro, Romolo, Teseo e Gerone II, i quali seppero istituire nuovi Stati con virtù ed armi proprie. Esempio negativo è invece Savonarola, che errò secondo Macchiavelli, perché non usò la forza.

TESTO 4 Il settimo capitolo

Nel settimo capitolo, legato strettamente al sesto, ma con contenuti nettamente opposti, vengono esaminati gli Stati fondati con l’aiuto della fortuna (che ricordiamo essere opposta alla virtù) e con armi altrui. Queste forme vengono paragonate ad un albero senza radici e vulnerabili alla prima tempesta. La figura scelta da Macchiavelli per questo caso è il duca Valentino, Cesare Borgia, figlio del papa Alessandro VI, il quale ebbe la fortuna avversa (morì suo padre e lui si ammalò) e in più commise un errore grave, non ostacolò l’elezione a Papa di Giulio II, nemico dei Borgia.

Il Principe Macchiavelli è induttivo o deduttivo?

Vi sono due ipotesi su Macchiavelli. Chabod sostiene un Macchiavelli induttivo, cioè che partendo da fenomeni ricava regole generali. Opposta la tesi di Martelli, secondo cui Macchiavelli consce già anticipatamente la regola e fornisce esempi che la soddisfino.


PARTE II

Nella seconda parte tematica dell’opera viene affrontato il problema delle milizie. Secondo Macchiavelli l’eserito proprio, ovvero dello Stato stesso, è molto più stabile ed affidabile. I soldati infatti combatteranno per lo spirito di Stato, e non per semplici soldi. Uno Stato che si affida alle armi altrui non è sicuro ed è tutto affidato alla fortuna, che è sicuramente da evitare.
Inoltre, sempre secondo l’autore, il Principe non deve mai stare in ozio durante i periodi di pace, ma deve comunque tenere in allenamento il proprio esercito per essere sicuro che, quando la fortuna sarà avversa, potrà contrastarla facilmente.

PARTE III

Nella terza parte del Principe vengono elencate le qualità che il Principe deve avere.
Il primo problema è stabilire se il Principe debba essere parsimonioso o liberale. Secondo Macchiavelli, la prima ipotesi è la migliore, in quanto spendendo i soldi si rischia di sperperare sperperarli e di provocare malcontento in quanto l’aumento di tasse sarà inevitabile.
Quindi Macchiavelli affronta la questione se sia più utile al Principe la crudeltà o la pietà.
Sconvolgendo gli ideali di moralità del tempo, secondo Macchiavelli il Principe deve essere ogni tanto crudele, senza però essere odiato, solo temuto.
Infine il Principe deve essere necessariamente ingannevole e mai leale. Quelli che, infatti, sono stati così, sono inevitabilmente rovinati.


TESTO 1 Il quindicesimo capitolo

In questo capitolo Macchiavelli enuncia la sua tesi secondo la quale il Principe deve essere “buono” o “non buono” a seconda delle necessità. Deve perciò respingere il catalogo delle qualità.

TESTO 2 Il diciottesimo capitolo

Macchiavelli in questo capitolo sostiene che in un Principe la lealtà e la fedeltà sono virtù lodevoli, ma che per mantenere lo Stato non sono utili. Per rendere più forte il suo messaggio fa uso ancora una volta di una figura di tipo naturalistico: quello dell’uomo e quello della bestia. Quando le leggi non bastano il Principe deve usare la forza. Per spiegare questo, l’autore ricorre a Chirone, un centuro, che ammaestrò Achille all’uso della violenza nella lotta politica.
Il Principe deve essere sia volpe che leone, perché la volpe scopre i tranelli e d’altro canto il leone vince gli avversari.
Le altre doti (pietà, fedeltà, umanità, lealtà e religione) secondo Macchiavelli devono essere semplicemente simulalte, perché il popolo guarda solo in superficie.

PARTE III

L’ultima parte è dedicata alla situazione italiana e comprende l’esortazione finale dedicata alla casata dei Medici a liberare l’Italia dagli stranieri.

TESTO 1 Il venticinquesimo capitolo

In questo capitolo Macchiavelli espone il rapporto che c’è tra virtù e fortuna. Secondo lui la fortuna è arbitra per il 50% delle azioni umane, il resto è nelle mani degli uomini. Viene paragonata ad un fiume in piena che distrugge tutto, case, alberi e uccide uomini.
Per contrastarla occorre costruire argini (virtù), da fortificare nei periodi tranquilli.
Il Principe inoltre deve essere mutevole, cioè deve adattarsi ai tempi. La fortuna infatti è mutevole, mentre la natura umana è immodificabile: gli uomini sono sempre destinati a fallire, e questo capita non appena natura e fortuna sono in discordanza.

Il Principe Concetto di Fortuna

Il concetto di fortuna, così come quello di virtù, ha assunto col passare del tempo significati molto diversi:
1) In Dante, era vista come ministra di Dio
2) In Boccaccio, era vista come impredivibilità delle cose
3) In Macchiavelli, era vista come l’insieme dei limiti opposti alla virtù

TESTO 2 L’esortazione finale

L’ultimo capitolo è composto in stile totalmente diverso rispetto a tutti gli altri. Macchiavelli richiama gli esempi di Mosè, Ciro, Teseo e Romolo, ricordando che la migliore forma di Stato è quella ottenuta per mezzo di virtù ed armi proprie. Invoca quindi i Medici affinchè prendano in mano la situazione e liberino l’Italia dal nemico.

Il Principe Lo stile

La lingua usata da Macchiavelli è colta, perché il trattato era ovviamente dedicato ad un pubblico colto. Il frequente uso di termini popolari è giustificabile perché attraverso queste parole il messaggio viene inviato in modo più diretto.

L’opera è ricca di termini tecnici, di latinisimi, di similitudini e metafore (soprattutto con la natura), ossimori e non sono poco frequenti gli errori grammaticali. Il periodo è principalmente costituito da disgiuntive (che accelerano il ritmo), causali e consecutive.

Macchiavelli fa uso del ragionamento a catena, ovvero partendo dalle premesse arriva alle conclusioni.

Il Principe Il problema della ricezione

La ricezione del Principe col passare del tempo ha incontrato quattro fasi:

1) L’antimacchiavellismo confessionale, (1500) in cui il libro viene confutato dalla trattatistica cattolica, e viene persino incluso nel primo Indice.
2) La trattatistica della Controriforma (1600) in cui il libro viene troppo interpretato
3) Interpretazione obliqua (1700), secondo cui il libro fu dedicato ai tiranni, ma il messaggio era per i popoli in favore di una presa di coscienza repubblicana
4) Rivalutazione (Romanticismo), si fonda il pensiero politico laico


Edited by ChUcK_bAsS_sTyLeMaN - 17/11/2009, 20:40

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